mercoledì, aprile 30
Chi ha paura del futuro?
I miei nonni paterni si sposarono nel 1927 e fra il '28 e il '44 misero al mondo sei figli. Il nonno e la nonna, antifascisti e socialisti, in quell'arco di tempo (certamente non tempi sereni e di abbondanza) per vivere facero di tutto per mantenere la loro numerosa famiglia. Certo a mio padre e ai suoi fratelli e sorelle non poterono garantire un'istruzione superiore, né vacanze, né tanto meno di studio all'estero. Li educarono però tutti a sani principi e valori pur nelle ristrettezze e nella miseria. Tutti i figli a loro volta hanno creato le loro famiglie, famiglie operaie, di lavoratori che a loro volta hanno avuto, questo sì meno figli, ma comunque tutti hanno fatto sacrifici, spesso davvero gravosi. Eppure io ricordo con nostalgia quelle riunioni familiari nelle quali c'erano: due nonni, dodici fra genitori, zie e zie e tredici cugini. Ventisette persone intorno a un tavolo che sapevano godere del poco che avevano e guardavano con fiducia al futuro. Che cosa è successo in questi ultimi anni? Perché c'è qualcuno (forse tanti) che vive la gioia di un figlio come un'angoscia? Eppure siamo in Italia, no nella striscia di Gaza o in un paese africano. Perché il futuro fa così paura? Davvero si pensa di non riuscire a vivere con qualche weekend in meno, di qualche rinuncia al cinema o alla pizza o alla ricarica del cellulare? O c'è qualcosa in più? So solo che un Paese che ha paura del proprio futuro non va molto lontano.
lunedì, aprile 28
Roma capoccia. Che capocciata!
| Rutelli | % | Alemanno | % | |
| Comune di Roma | 672.941 | 46,37 | 778.409 | 53,63 |
|
| Zingaretti | % | Antoniozzi | % |
| Provincia di Roma | 997.281 | 51,48 | 940.085 | 48,52 |
| Provincia dati solo Comune di Roma | 726.953 | 50,94 | 700.228 | 49,06 |
mercoledì, aprile 16
1948-2008. Quando la storia si ripete

In questi giorni mi è tornata più volte alla mente un racconto che mi facevano i miei genitori e i nonni. Mi riferisco al 18 aprile del 1948, quando anche allora dopo una campagna elettorale molto accesa (altri tempi rispetto ad oggi, di sicuro) l’allora Fronte popolare fu sconfitto seccamente dalla Democrazia cristiana. “Eppure le piazze erano piene. C’era grande entusiasmo ai comizi di Nenni e di Togliatti, pensavamo che si poteva fare. Addavenì baffone!, ma poi dopo quelle piazze piene ci ritrovammo con le urne vuote” Questo era pressappoco il racconto.
Oggi anche la nostra generazione e quella dei nostri figli ha potuto vivere il proprio 18 aprile, arrivato con cinque giorni d’anticipo. Una sconfitta netta che chiede grandi cambiamenti. Berlusconi, ma soprattuto la Lega, hanno vinto e vinto bene. Non sono preoccupato o spaventato da questa vittoria. Il Cavaliere realizzerà il suo programma (quello di oggi più credibile di quello firmato dal notaio Vespa sette anni fa): dalla eliminazione dell’ICI al bonus bebé, dal poliziotto di quartiere al ponte sullo stretto, solo per citare alcuni punti delle sette missioni per rialzare l’Italia. Però, per favore, non cominciamo a dire che c’è rischio per la democrazia. Gli italiani hanno a cuore la democrazia sia chi ha votato a destra sia chi ha scelto di stare a sinistra. Qualcuno si chiedeva come mai nessuno a sinistra si è accorto che c’era un TIR che correva all’impazzata per travolgere tutto e tutti. Allora diciamoci la verità per chi vive in questi territori del profondo nord il rombo del TIR si era già sentito alle amministrative dello scorso anno. A proposito di segnali sull’arrivo del TIR qualche anno fa (2005) avevo letto un libro di Luca Ricolfi
Oggi rileggerne qualche capitolo non farebbe male. Dobbiamo prendere consapevolmente coscienza che la sinistra, così com’è, almeno qui a Nord non solo risulta antipatica, ma non è amata, è percepita come il male e la causa di tutti i mali, compresa la pioggia o la siccità, il mal di denti o il mal di stomaco. Slogan come: “lontani da Roma, vicini a te” , per quanto irrisi da molti, hanno fatto breccia in un corpo sociale, fatto di giovani, operai, casalinghe e pensionati con cui la sinistra da tempo non solo non parla più, ma non è neppure capace di ascoltare. Troppo presi dal prenderci cura (giustamente) degli ultimissimi, arrivati qui per fame e per disperazione, da dimenticarci (ingiustamente) dei penultimi, che qui ci sono da sempre e a fine mese non sanno a quale santo votarsi per pagare la rata del mutuo, l’affitto o il conto del dentista.
Walter Veltroni durante la campagna ha usato spesso la metafora dell'ascensore sociale. Ricordiamoci ogni tanto di scendere anche a vedere che cosa succede nei piani interrati dell'edificio Italia. Oggi, più di ieri, abbiamo una grande responsabilità lavorare per riportare i riformisti e la sinistra al governo del paese, in cinque anni di duro lavoro, si può fare. Nel '53 successe. Ogni tanto la storia si ripete.





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